La morte della carriera e la discrezionalità senza regole

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A fine luglio dello scorso anno è stata approvata dal Plenum la riforma del Testo Unico in materia di dirigenza, di cui i gruppi consiliari di Area, Unicost e M.I. hanno rivendicato orgogliosamente la paternità, affermando che le novità apportate avrebbero costituito un fondamentale passo in avanti per assicurare alle future nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari maggiore oggettività, trasparenza e rispetto dell’effettivo merito.

Il consigliere MORGIGNI in Plenum aveva presentato alcuni significativi emendamenti volti ad aumentare il grado di oggettività e trasparenza dei criteri di scelta, che sono stati però, a nostro avviso, irragionevolmente respinti.

Da subito avevamo ritenuto di affermare che si trattava di una grande occasione persa, perché ad eccezione di qualche opportuna e doverosa precisazione, il nuovo Testo Unico sulla dirigenza non risolveva per nulla i problemi di fondo che hanno caratterizzato in negativo l’azione del C.S.M. negli ultimi anni, lasciando di fatto una pressoché totale discrezionalità ai Consiglieri per le future nomine di direttivi e semidirettivi.

In particolare non si condivideva la scelta:

  1. di rinunciare di fatto a qualsiasi forma di trasparenza dei curriculadei candidati;
  2. di non prevedere, a parità di titoli, la prevalenza delle attitudini ricavabili dall’esercizio dell’attività giudiziaria rispetto a quelle desumibili dall’attività fuori ruolo;
  3. di escludere qualsiasi rilevanza dell’esperienza professionale, quale criterio di valutazione da affiancare al merito ed alle attitudini;
  4. di prevedere che la valutazione comparativa fosse effettuata sulla base di un giudizio complessivo ed unitario dei candidati, anziché in base ad una sommatoria oggettiva degli indicatori attitudinali previsti dal Testo Unico.

A distanza di un anno, la realtà di molte proposte (di Quinta Commissione) e di nomine (in Plenum) ha confermato e a volte superato ogni previsione, anche la più negativa.

Abbiamo visto nominare Presidenti di Corte d’Appello magistrati che non avevano mai svolto funzioni in appello; abbiamo visto nominare capi di importanti uffici magistrati che da numerosi anni erano collocati fuori ruolo e che hanno scavalcato concorrenti che esercitavano già funzioni direttive o semidirettive in altri uffici, dandosi così prevalenza ad attività organizzative svolte in ambito extragiudiziario; abbiamo visto candidati bocciati in concorsi per uffici più piccoli e subito dopo proposti con successo, superando vari concorrenti, per uffici ben più grandi; abbiamo visto esaltare in alcune delibere le funzioni di legittimità ed in altre ignorarle completamente, a seconda del candidato; abbiamo visto ignorare il precedente svolgimento di incarichi politici del nominato, salvo poi dire, con parole al vento, che la pregressa attività politica incrina l’immagine di imparzialità dei magistrati; abbiamo visto una nomina annullata dal T.A.R. in cui il Primo Presidente della Cassazione già aveva rilevato in Plenum che si era di fronte ad una motivazione apparente ed anzi inesistente; abbiamo assistito spesso a proposte di nomine di colleghi molto più giovani rispetto ad altri candidati dotati di validi titoli attitudinali, senza che fosse fornita alcuna convincente spiegazione di tali superamenti.

L’azione del Consiglio si è perciò presentata, in non pochi casi, viziata da manifesta contraddittorietà o evidente illogicità che dir si voglia, ed appare incredibile che i gruppi associativi tradizionali continuino ad affermare che le scelte del C.S.M., anche le più incomprensibili, devono essere accettate di buon grado perché frutto della scelta discrezionale spettante all’organo di autogoverno.

La discrezionalità esercitata senza regole può diventare facilmente arbitrio, con l’effetto devastante per l’intera magistratura che tutti i magistrati presto si convinceranno che ormai è stata completamente distrutta l’idea stessa di “carriera”, intesa come percorso professionale in cui tutti possono, nel corso del tempo, con l’impegno, il sacrifico ed il merito, essere nominati per posti apicali, anche senza avvalersi dell’appoggio delle correnti ed ancor peggio della politica per ottenere il voto favorevole dei consiglieri togati e laici. Al posto della carriera, si sta costruendo un sistema fondato sul “carrierismo”, ossia l’affannosa ricerca di appoggi in Consiglio, convinti che tanto tutto sarà possibile a prescindere dall’anzianità, dai titoli attitudinali, dal percorso professionale sino a quel momento svolto, con tutte le conseguenze che è facile immaginare per la perdita di autorevolezza di siffatti dirigenti.

Il Testo Unico approvato lo scorso anno si è dimostrato del tutto inidoneo a frenare questa deriva.

Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, fare autocritica e tentare con serietà di cambiare pagina.

Autonomia&Indipendenza ribadisce quanto già affermato un anno fa, ossia che la scelta di fondo deve essere all’insegna di limitare (NON ESCLUDERE) l’eccessiva discrezionalità del CSM, prevedendo dei percorsi professionali chiari e predeterminati che ogni magistrato può percorrere (la cosiddetta “carriera”), con attribuzione di punteggi oggettivi che tengano conto dell’esperienza professionale esercitata nelle funzioni omogenee, con la massima valorizzazione dell’esercizio continuativo dell’attività giudiziaria.

A titolo di esempio: per chi volesse diventare presidente di sezione penale di una Corte d’Appello, attribuire un punteggio per ogni anno di positivo esercizio dell’attività giudiziaria (ed un punteggio ridotto per ogni anno di attività fuori ruolo); un punteggio per ogni anno di esercizio di funzioni penali negli ultimi 10 anni; un punteggio per lo svolgimento di funzioni di appello o di legittimità negli ultimi 10 anni; un punteggio per lo svolgimento di attività di coordinamento o organizzative (presiedere il collegio in via continuativa, aver fatto parte del Consiglio Giudiziario o della Commissione flussi ecc.ecc). Fatta questa griglia oggettiva, la discrezionalità del CSM avrebbe trovato un quadro ben più chiaro per scegliere il candidato più idoneo per quello specifico incarico.

A coloro che obietteranno che ridare valore all’anzianità sarebbe un ritorno al passato remoto, quello della c.d. anzianità senza demerito, è facile ribattere che oggi, in ragione della riforma dell’Ordinamento Giudiziario del 2006, ogni magistrato è valutato ogni quattro anni, sotto ben quattro diversi ed autonomi parametri di giudizio. L’anzianità, intesa come dato anagrafico decorrente dal decreto di nomina, non ha giustamente più alcuna rilevanza (salvo quella minima per la legittimazione a fare domanda). Ciò che invece esiste, ed appare assurdo ignorare che esista, è il positivo esercizio dell’attività giudiziaria protratto nel tempo, quello che può essere definito compiutamente come l’esperienza professionale, valutata, come già detto, ogni quadriennio.

In qualunque altro settore lavorativo, a nessuno verrebbe in mente di escludere tra gli elementi di valutazione per una promozione o per un’assunzione il dato fornito dall’esperienza professionale del candidato da valutare. Sfidiamo chiunque a dire ed argomentare in senso contrario. Siamo peraltro convinti che questa opinione sia condivisa dalla maggioranza dei colleghi, ben consci delle degenerazioni del correntismo sottese a determinate scelte di politica giudiziaria.

La proposta di cui sopra è il nucleo essenziale per una possibile riforma del citato T.U. da noi invocata a gran voce in tempi non sospetti, non essendoci campagne elettorali in vista. Accanto a ciò ribadiamo (come peraltro già fatto dal Presidente DAVIGO nel corso di un’assemblea ANM a Milano) la necessità che i curricula dei candidati per ogni posto in concorso siano visionabili da tutti i magistrati ( quindi su Intranet, sito non accessibile a chi non è magistrato), in modo che la trasparenza faccia da deterrente all’arbitrio.

Inoltre appare improcrastinabile da un lato definire in dettaglio la valenza degli incarichi fuori ruolo, ed inserire una semplice limitazione che impedisca la nomina come dirigente del candidato direttamente dal fuori ruolo, soprattutto se ciò si è protratto per molti anni, ad esempio imponendo un ritorno del magistrato per un congruo periodo nella giurisdizione; dall’altro lato è ancor più necessario che venga esplicitato il disvalore, ai fini delle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari, del pregresso svolgimento di attività politica, perché riteniamo che vi possa essere un rischio di pregiudizio all’immagine di imparzialità che ogni magistrato, ed a maggior ragione il Capo di un ufficio giudiziario, deve avere di fronte ai cittadini.

Rimettiamo queste nostre riflessioni a tutta l’A.N.M. sperando che possano essere la base di una condivisa presa di posizione a tutela della credibilità ed autorevolezza dell’Organo di autogoverno.

Il Gruppo di Coordinamento di Autonomia&Indipendenza

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